Vocabolario del vetro

I maestri del vetro parlano tra loro in modo spesso incomprensibile per chi non conosce il gergo vetrario.
Ogni fase del loro lavoro, ogni utensile, ogni tipologia di vetro ha un nome veneziano che si tramanda di padre in figlio fin dalla nascita della tradizione vetraria muranese. Oggi, molti termini sono caduti in disuso, ma la maggior parte rimane tuttora utilizzata in fornace.
Questo piccolo dizionario vuole essere d'aiuto per comprendere a cosa si riferisce una certa parola.

Pubblicazione originale di Angelo Barovier, 1996

A TORCÉLO, A TORSÉLLO

Significa il modo particolare di colorazione di un vetro a spegnaùro (v.) mediante una “tociàda” e poi, a mezzo di borselle da pissegàr (v.) avvolgendo e rimestando il vetro sul pontello (v.) ottenere una colorazione omogenea.

ALATI

Bicchieri o coppe con alette laterali in vetro, collocate a fianco o sopra i manici, per decorazione. Detti in tedesco “Flugelglaser”, sono tipici del XVI-XVII secolo.

ALBÓL o ALBUÓL

Cassa di legno adibita alla miscelazione del miscuglio da vetro.

ALBOLETI

Albóli più piccoli.

ALLA PRIMA

Termine muranese che sta ad indicare la realizzazione di un oggetto (fiore, animale ecc.) in modo continuativo e senza necessità di applicazione ulteriore di parti in vetro e di riscaldamento successivo. L’operazione si usa anche quando l’oggetto è di piccole dimensioni e non è necessaria una accurata lavorazione.

ALLUME CATINO

Cenere vegetale sodica, importata con questo nome dalla Siria e usata come fondente (v. anche ròscano).

AMALGAMA

Tecnica usata sino a tutto il secolo XVIII per argentatura degli specchi: consiste nell’applicazione di un foglio di stagno sulla lastra di vetro mediante il mercurio.

ANZINELLO

Gancio di ferro, fissato sull’anzipetto (v.) in grado di sostenere il peso della canna e del vetro posto su di un asse normale alla bocca del forno (v.).

ANZIPETTO

Tavola di legno spesso, spesso rivestita in lamiera metallica e sulla sinistra della bocca del forno (v.) tale da proteggere il vetraio dall’irraggiamento del forno stesso.

APPLICAZIONI A CALDO

Tecnica molto usata a Murano consistente nell’applicazione, durante la lavorazione dell’oggetto, di fili, bordi, manici ecc. di varia foggia, colore e dimensione. Il risultato è da considerarsi esteticamente valido quando tali applicazioni risultano regolari e precise.

ARA (anche ERA)

In antico, la parte posteriore del forno muranese, che fungeva anche da tempera, ossia serviva alla “ricottura” degli oggetti finiti.

ASIO (AGIO o POSTO DI LAVORO)

Ripiano orizzontale leggermente inclinato sotto la “bocca” del forno. Sorta di “vassoio” sulla quale spesso cola il vetro fuso quando viene estratto dai crogioli.

ATTACCAGAMBI

Mansione tipica della lavorazione dei bicchieri o di altri oggetti con gambo. Di norma affidata ad un operaio abile e con qualifica di poco inferiore a quella del “maestro”.

AVÒLIO

Giunzione di vetro a forma di piccolo rocchetto tra il gambo e il piede (cioè la base) in un bicchiere, in una coppa o in un tipetto (v.).

AVVENTURINA

Pasta vitrea particolarmente pregiata, inventata dai vetrai muranesi nella prima metà del XVII secolo e così chiamata perché il suo ottenimento, anche per il più esperto vetraio, era incerto e difficile, era una “avventura”. La preparazione della “avventurina” lunga e delicata, alla conclusione della quale si formano all’interno della massa vitrea piccoli cristalli di rame lamellari e lucenti (“stelle”, da cui il nome “stellaria”, con cui pure venne indicata in passato) è sempre stata nel corso dei secoli segreto di pochi abili tecnici compositori. Viene estratta in blocchi dal forno, già lentamente raffreddato, e la sua rifusione può seriamente pregiudicare il suo caratteristico aspetto. Viene quindi tagliata a freddo al pari di una pietra dura o lavorata a caldo con particolari accorgimenti. L’avventurina normale trattata con rame ha un colore brunastro e con “stelle”, mentre una qualità ancora più pregiata (verderame) acquista una tonalità verdastra di ottimo effetto.

BALLOTTÒN

Stampo in metallo con effetto a rilievi incrociati sul vetro. Lo stampo contiene all’interno delle “punte” a forma di piccola piramide a base quadrata che, nella soffiatura, danno per l’appunto un effetto di rilievo incrociato. Ricoprendo una péa (v.) stampata a ballottòn con una coperta (v.) di tipo sommerso (v.) si ottiene l’effetto bullicante o “a bolle”, consistente in una miriade di piccolissime bolle d’aria comprese tra due strati di vetro.

BANCO(DELFORNO)

Nel forno tradizionale muranese è tutta la porzione orizzontale bassa in grosso materiale refrattario destinata a sorreggere i crogioli o padelle,(v.), i palati (v.), le ninfette (v.), i croisioli (v.). Al centro del banco vi era un foro di circa 30/40 cm. di diametro detto “ ocio” (occhio), che metteva in comunicazione il banco con la castra (v.) sottostante e permetteva l’afflusso della fiamma nel forno propriamente detto. La fiamma, infine, per effetto naturale del tiraggio, tendeva ad uscire dalle varie bocche del forno dando così luogo ad una circolazione di fiamme necessaria per le calde (v.) e la lavorazione dei vetri per poi uscire dal cavalletto (v.) nella tempera e nell’ara (v.).

BESEGNÁCHO

Termine antico che doveva probabilmente indicare un tipo di vetro soffiato.

BEVÀNTE

Così viene denominata la parte superiore di un bicchiere, quella cioè destinata a contenere il liquido.

BÓCCA

Apertura rettangolare il cui lato superiore è arrotondato. Si tratta del vero “ingresso” al forno dall’esterno e può essere di varie dimensioni in relazione alla grandezza dell’oggetto da eseguire che viene introdotto mediante canne (v.) o puntelli (v.) che si appoggiano a loro volta sull’anzinello (v.).

BOLLE (Bullicante)

Particolare effetto decorativo utilizzato nei vetri a grosso spessore e consistente in una miriade di “bolle” , grandi o piccole, disposte a strati sovrapposti all’interno della parete vitrea. Si ottiene in due modi: nel primo rotolando il vetro in lavorazione su di un piano metallico munito di piccole “punte” cosicché, imprimendo una depressione sul vetro allo stato pastoso risulta con “fori” che verranno successivamente “ricoperti” con un nuovo strato di vetro. Resta, quindi, “imprigionata” una bolla d’aria vera e propria in corrispondenza di ciascun “foro”. Un secondo sistema consiste in uno stampo troncoconico munito all’interno di “punte “ e nel quale viene soffiato il vetro che risulterà “ frato” . Una successiva ricopertura in vetro trasparente farà apparire le “ bolle” stesse (v. anche Ballottòn).

BÒLO

Termine muranese per indicare il primo grumo di vetro fuso, appena levato dal forno, prima della lavorazione. Un simile significato hanno il “pastone”, la paresòn (v.) e la levàda (v.).

BORSÈLLA

Classico e fondamentale strumento di lavoro del vetraio. E’ una sorta di pinza elastica a forma di “ molla da caminetto” ; serve per strozzare, modellare e dar forma agli oggetti. E’ la vera mano del vetraio. A seconda delle specifiche operazioni di modellatura avremo borselle di vari tipi: – da siègar (segare, strozzare) – da pissegàr (pizzicare) – a gelosia (terminate con palette piccole con segni incrociati in metallo) – a scuelòto (a forma di cucchiaio) – a coppo ( a forma di tegola) – a gàtolo ( con incavo trasversale) – a do gàtoli ( con due incavi trasversali) – a sguataròn ( con molti incavi trasversali) – a spin de pesse ( a spina di pesce) – lissie ( piatte larghe senza modellatura)

BRONZÍNO

Grossa piastra, oggi in ferro, anticamente in bronzo ( da cui l’etimologia) che, posta orizzontalmente su di un tavolo o cavalletto, permette varie fasi di lavorazione del vetro. Viene usato per arrotondare e predisporre la péa (v.) prima della soffiatura. In origine era anche in marmo, detto “màlmoro”, cioè marmo in dialetto veneziano.

BUFFADÒR

Termine antico che indicava un vetraio muranese di modesta qualifica professionale, normalmente adibito alla fabbricazione di vetri d’uso comune (bicchieri, caraffe).

BUFFARÌA

In antico sta per vetreria per soffiati d’uso comune.

CALCEDÒNIO (anche CHALZADÒNIO)

Pasta vitrea a base scura, rossa in trasparenza, con venature policrome, imitante una varietà del calcedonio naturale, l’agata zonata. Inventata a Murano intorno alla metà del XV secolo sembra dal grande Angelo Barovier. La sua difficile preparazione prevede l’aggiunta nel crogiolo di fusione di vari composti metallici, con modalità ed in tempi determinati. Il segreto della sua fabbricazione, perduto tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX, venne riscoperto dal vetraio ottocentesco Lorenzo Radi.

CALCHÉRA

In antico, il locale ove si faceva la calcinazione della miscela di silice e fondente (operazione preliminare alla fusione vera e propria del vetro nel crogiolo).

CALDA

Operazione fondamentale che viene compiuta più volte durante la lavorazione di un “pezzo”. Consiste nell’introdurre nella bocca del forno il vetro in lavorazione attaccato alla canna (v.) o al puntello (v.) allo scopo di rammollirlo onde consentire all’operatore una ulteriore modellazione. La “calda” dura molto poco (mediamente dieci, quindici secondi). Si dice “mezza calda” se l’esposizione al fuoco è di minor durata.

CALDIÉRE DA LÌSSIA DE CRESTÀLI

Grosse caldaie per lisciviare la cenere vegetale che, in epoca antica, doveva fornire a Murano il fondente adatto per la preparazione del “cristallo”. (v. anche RÒSCANO)

CANNA

Arnese fondamentale per la lavorazione del vetro. Consiste in un tubo lungo circa 140/150 cm. e di diametro variante tra 2/4 cm., forato internamente. Una estremità è leggermente conica onda agevolare la soffiatura, la parte opposta è talvolta ingrossata. La “canna” (scoperta verso il I sec. d. C. sembra in Siria), consente la soffiatura del vetro che, attinto dal crogiolo, viene “avvolto” attorno all’estremità ingrossata. La soffiatura ha luogo tutte le volte che si desidera ottenere oggetti cavi (vasi, bottiglie, ecc.). Nei vecchi inventari le canne sono talvolta indicate come “feri buxi” ovvero ferri bucati. Le canne vengono dette anche semplicemente “Ferri”

CANNE VITREE

Semilavorato consistente in una “bacchetta” vitrea massiccia o forata e successivamente tagliata in segmenti di varia lunghezza. E’ già documentato nella vetraria muranese del XV secolo ove si parla del maestro “canér” (cannaio). La procedura esecutiva è simile a quella per la produzione delle perle (v.) Le canne vengono usate oltre che per la produzione di conterie, delle “perle a lume” anche nella lavorazione in fornace accostando, p. e., le canne parallelamente o sezionandole e raccogliendole poi a caldo con vetro allo stato pastoso. (vedi anche “murrine”)

CARAMAL

Locale coperto, attiguo alla fornace, dove si teneva la legna di faggio prima di “stuària”, cioè prima di metterla a seccare rapidamente nelle “stùe” (stufe).

CASSA

Grosso cucchiaio in metallo, a forma di mezza sfera che serve per “missiar” (mescolare) o per estrarre dal crogiolo il materiale fuso per traghettarlo su altri crogioli o distenderlo sul bronzino (v.) per lavorazioni particolari (per esempio lastre e “quari” per specchi). Prime notizie su questo utensile fondamentale si hanno nel 1348 (in latino: “caciam ad traghetando”).

CASSIOLÌN

Sta per cassa (v.), ma di misura più piccola.

CASTRA

Parte inferiore del forno classico muranese, a forma di parallelepipedo, ove si bruciava la legna di faggio la cui fiamma, passando attraverso l’ocio (v.) del banco (v.) veniva a lambire i crogioli e si espandeva per tutto il forno propriamente detto.

CAVALLETTO

Sorta di scatola in materiale refrattario, nella forma di “buca del suggeritore” che, nei forni muranesi tradizionali muniti posteriormente della tempera (v.), convogliava le fiamme che, uscite dalla castra (v.) attraverso l’ocio (v.) dopo aver lambito i crogioli, passavano sulla tempera stessa per l’opportuna ricottura dei “pezzi” eseguiti.

CESENDELLO

Tipica lampada da appendere e a forma di cilindro allungato entro il quale si versava l’olio che, mediante stoppino, bruciava lentamente illuminando gli ambienti. Celeberrimo è il cesendello dipinto da Vittore Carpaccio ne “Il sogno di S. Orsola”.

CIOCCA

In veneziano “mazzo di fiori”. Termine muranese in uso dal XVIII sec. per indicare il lampadario veneziano classico, formato da fiori, foglie, bracci. Da questo termine discende “el liogo de le ciocche” ossia il locale dove i lampadari veneziani vengono assemblati.

CÒGOLI

Ciottoli quarzosi di fiume ridotti in polvere finissima e usati già dalla prima metà del Trecento dai muranesi per ottenere la silice al posto della sabbia. Importanti, per l’alto contenuto di silicio, erano i “cògolo del Tesín” (ciottoli del fiume Ticino).

COLATURA

Tecnica impiegata nella fabbricazione delle lastre da finestra e da specchio. Consiste nel colare direttamente il vetro fuso entro apposite forme rettangolari di varie misure (nel vecchio gergo “quari”). La colatura fu adottata in larga scala verso la fine del XVII sec. a Murano, in Francia e ad Altare presso Savona.

COLLÉTTO

Collarino di vetro rimasto attaccato all’estremità delle canne o dei puntelli.

COLORAZIONE A CALDO SENZA FUSIONE

Processo esclusivo di colorazione del vetro realizzato verso la fine degli Anni Venti da Ercole Barovier. Consiste nell’inserire durante la lavorazione e tra due strati di vetro trasparente ed incandescente delle sostanze chimiche (ossidi, sali) o altri elementi tali da suscitare, per effetto dell’alta temperatura, reazioni ed effetti coloranti speciali e di particolare bellezza, di norma mai identici gli uni agli altri.

COLORI IN FÒGO

Locuzione ancora in uso a Murano e che sta ad indicare un vetro colorato in fusione mediante ossidi o sali minerali.

CONCA

Grosso vaso cilindrico a fondo concavo, di solito di bronzo o in ghisa, che serve per contenere il vetro fuso estratto dai crogioli e che non viene più utilizzato se non come cotizzo (v.).

CONFITÈRA

Detta anche “dulcèra”. È un vaso con coperchio, una sorta di potiche, usata nella vetraria spagnola per contenere dolci (XVII-XVIII sec.). “Confitère” sono citate in un inventario della fornace di Maria e Giovanni Barovier del 4 maggio 1496.

CONTERÌE

Oggi si chiamano “conterie” le perle di dimensioni molto piccole, ottenute sezionando a freddo sottili canne vitree forate e sottoponendo i cilindretti ottenuti ad un arrotondamento a caldo. Un tempo esse venivano chiamate col nome “margherite” o “margarite” ( di origine latina), mentre il termine “conterie” indicava le perle più grosse, pure ottenute da canna forata ma arrotondate accostandole al fuoco infilate in uno spiedo. Le “conterìe”, usate per gli scambi con gli indigeni dei Paesi coloniali, venivano fabbricate a Venezia fin dal XVI sec. La loro denominazione è nota solo dal XVII sec. e deriva dal portoghese “conto” significante: denaro, o forse anche dal latino “comptus”, che significa “ornato”.

CONZAÙRA

Letteralmente: acconciatura, predisposizione. E’ una sorta di “piattello” in vetro di diametro 6/8 cm., sul quale si posa il pastone per “tirar la canna”.

COPERTA

Strato uniforme di vetro fuso applicato sulla péa (v.) o su un oggetto già parzialmente formato. Tecnica per ottenere l’effetto di sommerso (v.) o doublè (v.). Da non confondersi con la lèvada (v.).

CORDE

Imperfezioni nella massa vitrea raffreddata che si manifesta come una “corda attorcigliata” e che costituisce un difetto di fabbricazione (v. vessíghe, pónte).

COTIZZO

(Cotizza o cotticcia, cioè non del tutto cotta). Coacervo di grossi pezzi di vetro, usualmente della misura di ciottoli di fiume. Il cotizzo si ottiene anche gettando nelle conche (v.) il vetro fuso estratto dai crogioli, lasciandolo indi raffreddare. Il vetro, nel processo di raffreddamento, si contrae e si spezza in grossi pezzi. Il cotizzo, come rottame di vetro, viene spesso riusato quale catalizzatore nella miscela da vetro. Il Capitolare della Vetraria Muranese del 1766 parla di “cotizzi in vetro e cristallo, che così si chiama la massa informe del vetro che si cava dal vaso” (v. Mariegola).

CRISTALLINO

Così veniva anche definito il cristallo (v.) veneziano scoperto da Angelo Barovier verso la metà del Quattrocento.

CRISTALLO (Cristallo Veneziano)

Vetro incolore e terso, ottenuto per la prima volta attorno alla metà del XV secolo dal vetraio muranese Angelo Barovier, oltre che con la decolorazione mediante il manganese, già prima praticata, anche con la depurazione, cui veniva sottoposta la cenere fondente, e con speciali procedimenti applicati alla condotta della fusione. Il cristallo veneziano, di tipo sodico, è adatto, a differenza del più tardo cristallo boemo, alla potassa, ed inglese, al piombo, ad una lunga e complessa lavorazione manuale da parte del maestro vetraio.

CROCCO

Termine dialettale che sta ad indicare l’ossido di ferro usato per colorare in bruno/marrone il vetro.

CROISÌOL

Piccolo crogiolo, che contiene circa 8-10 Kg. di vetro fuso.

CRÒZZOLA

Sorta di “paletta del croupier” a lungo manico, usata per “spiumare” la superficie del vetro in fusione nei crogioli e togliere le impurità salite a galla (v. spiumar).

DIAVOLO

Carrello a due ruote, posteriormente con un lungo manico e anteriormente a forma di bidente orizzontale. Su quest’ultimo veniva posizionato un crogiolo incandescente da sostituirsi con uno logoro, o rotto. Il “diavolo” veniva poi spinto sul banco (v.) la cui bocca era del tutto abbattuta e il cui “ àsio” (v.) rimosso consentiva l’introduzione col fuoco acceso del nuovo crogiolo.

DOUBLÈ

Termine francese che sta ad indicare un oggetto formato da due strati di vetro, di norma di colore diverso, e tali da consentire l’intaglio a freddo.

FENÌCIO

Tipo di decorazione ottenuta a caldo, applicando attorno alle pareti dei soffiati, dei fili vitrei, che poi vengono “pettinati” con uno speciale strumento, così da ottenere dei festoni ripetuti. Questi, scaldati e soffiati ulteriormente, possono essere inglobati nella parete del vaso, che risulta così liscia. Questa tecnica decorativa venne introdotta nelle vetrerie muranesi alla fine del XVI secolo o nel XVII secolo ma non sappiamo come allora venisse denominata. Il termine “fenicio” venne adottato nella seconda metà del XIX secolo per la presenza di simili decorazioni nei vetri pre-romani fenici ed egiziani, ma si usò allora pure il termine “graffito”, (v. vetri “piumati” e a “pettine”) poi abbandonato.

FERRO DA BATTER

Semplice sbarra in ferro di circa 30 cm. di lunghezza che, impugnata ad una estremità, serve per togliere il morso (v.) di vetro dalle canne o dai puntelli battendo sul vetro stesso o sulla canna.

FIGA (Ciapàr el figà)

Termine muranese che indica un difetto del vetro rosso (ottenuto con minerali di cadmio e selenio) quando il colore anzichè essere trasparente e brillante è opaco e del colore appunto del fegato (in veneto “figà”). Letteralmente, “ciapàr el figà”, significa che il vetro ha il colore del fegato.

FILIGRANA

Raffinata tecnica decorativa a caldo, inventata a Murano nella prima metà del XVI secolo. La complessa lavorazione dei soffiati a “filigrana” prevede l’utilizzo di bacchette di cristallo, precedentemente preparate con all’interno fili vitrei in “lattimo” o colorati, lisci o a spirale. Si distinguono la filigrana a “reticello”, con una delicata trama a rete all’interno della parete di cristallo; la filigrana a “retortoli”, a fili variamente ritorti a spirale, chiamata anche “zanfirico”, dal nome dell’antiquario veneziano Antonio Sanquirico, che commissionò nella prima metà del XIX secolo numerose copie di vetri antichi fabbricati con questa tecnica. Negli ultimi decenni sono stati ideati a Murano nuovi originali tipi di filigrana. Viene chiamata “mezza filigrana” la decorazione a canne parallele, a filo interno diretto, lavorata in modo tale che assume andamento diagonale. Già verso la metà del XVI secolo, come ci informa la “Mariegola dei Fioleri” (v.), si lavorano vetri a “redexello” o a “retortoli” (reticello e ritorti). La filigrana o reticello si ottiene mediante sottili canne in vetro con al loro interno fili di vetro opaco, generalmente bianco. Queste canne (simili a matite) vengono accostate le une alle altre su di una piastra refrattaria, quindi riscaldate al fuoco della fornace finché si fondono e si uniscono le une le altre. La “piastra” così ottenuta viene successivamente “avvolta” attorno ad un cilindro di vetro trasparente e incandescente, cosicché risulteranno visibili i soli fili interni (bianchi o colorati). Si procede poi alla normale soffiatura e formatura degli oggetti vari (vasi, coppe ecc.). Nel caso del” reticello” classico, l’operazione sopra descritta viene compiuta in due fasi successive e sempre a caldo finché i fili si incrociano tra loro: questa esecuzione richiede una notevole perizia tecnica ed un’elevata sensibilità artistica.

FILO

Classica decorazione in vetro, che si applica solitamente sul bordo superiore di una coppa, di un vaso, di un bicchiere, a caldo. Il filo può essere di vari spessori, colori (opachi e trasparenti) ed ha una funzione decorativa. Se è ondulato viene chiamato morise (v.).

FINALE

Nei lampadari classici veneziani è la penultima decorazione inferiore. Di forme svariate è di norma munito di una rondella metallica filettata, tale da poterlo avvitare alla montatura metallica del lampadario. Attaccato con filo d’argento al finale è spesso il “fiocco” (v.).

FIOCCO

Ultima parte decorativa, talvolta a forma di fiocco da tapezzieri (da cui prende il nome), legato al finale(v.) mediante filo d’argento. Il fiocco può anche avere forma di oliva, di pallina ecc.

FIÒLE

Le fiòle, o fiale erano chiamate a Venezia le bottiglie soffiate in vetro comune.

FIOLÈR (FIOLARIO)

Termine arcaico (VIII sec.) che sta ad indicare il vetraio soffiatore di fiale, ovvero di oggetti cavi soffiati.

FOGLIA D'ORO E D'ARGENTO

Sottilissimo riquadro d’oro puro, di norma nelle misure di cm. 8×8 che viene “raccolto” dal vetro ancora allo stato pastoso nella fase iniziale di lavorazione. L’oro può essere poi ricoperto da un ulteriore strato vitreo trasparente. Se il vetro viene soffiato la “foglia” d’oro si frantuma in un suggestivo effetto di “pulviscolo aurato”. I più antichi vetri muranesi a foglia d’oro che conosciamo risalgono alla seconda metà del sec. XV. Nel XIX secolo si usa anche la foglia in argento che deve per altro essere “ricoperta” con altro strato di vetro onde evitare ossidazioni indesiderate.

FONDINO

Coppa in vetro, spesso decorata con fili (v.), morise (v.) e fiori in vetro che racchiude la parte metallica forata sulla quale vengono inseriti i bracci, le foglie, i fiori e le decorazioni in genere che costituiscono il lampadario veneziano. Sottostante al fondino, nell’ordine, troviamo: il passasòrze (v.), il finale (v.) e il fiocco (v.).

FORCELLA (FORCELLANTE)

Utensile fondamentale del “forcellante” o temperista; lo specialista addetto alla tempera (rectius “ ricottura” ) degli oggetti. Consiste in un tondino in ferro lungo circa tre metri, biforcuto ad una estremità. Con esso il forcellante “manovra” i vetri ancora caldi e li sposta nella camera di raffreddamento detta in gergo tempera (v.) a seconda delle necessità imposte dalla ricottura.

FORMA

Termine già reperibile ai primi del XV secolo e che indicava uno stampo apribile. E’ un termine muranese usato tuttora (vedi anche “stampo”).

FRITTA

Così era chiamata a Murano la massa vetrosa, dopo la prima fusione, che avveniva separatamente dall’affinaggio. Attualmente le due fasi avvengono in un solo processo. Detta in francese “fritte”, in inglese “frit” e in tedesco “fritte” è una prima calcinazione della miscela silice-fondente destinata a diventare vetro.

FUMATO

Suggestivo effetto di leggero offuscamento ottenuto all’interno della parete nei vetri c.d “sommersi” (v.). Si ottiene esponendo l’oggetto in lavorazione al fumo di legna e ricoprendolo poi con un ulteriore strato vitreo. Una simile procedura veniva anche attuata mediante “fumi” di cloruro stannoso al fine di ottenere l’iride (v.).

GAMBO

E’ lo stelo, di varia forma (anche zoomorfa) che sostiene il bevante (v.) del bicchiere e che si trova tra questo e il piede.

GARZONETTO

Nella gerarchia del vetro d’arte, è il più giovane apprendista al quale vengono affidate le mansioni più semplici e più umili.

GASTALDO

Capo dell’arte dei vetrai, rappresentante dei padroni di fornace e che veniva annualmente eletto da essi (dal sec. XIII al XVIII).

GHIACCIO

Decorazione consistente in un’apparente crepatura della parete esterna di vetri soffiati, ottenuta immergendoli in acqua nel corso della lavorazione. La reazione che ne deriva, sorta di “raggrinzimento”, produce appunto un effetto “a ghiaccio”. Tale lavorazione è nota almeno dal XVIII secolo.

GIÒSSE o GOCCIA BATAVICA

Si tratta di un antico esperimento che ancor oggi viene esibito ai “visitatori” “pour épater les bougeois”. Trattasi di un “goccia” vetro fuso fatta cadere su un secchio d’acqua. Il rapidissimo raffreddamento (pochi secondi) fa aggregare le molecole del vetro in uno stato allotropico, ovvero non conforme alla normale disposizione delle molecole stesse. Se viene spezzata una “codina” di tale goccia si crea all’interno una sorta di vera e propria “reazione” vale a dire che le molecole tendono a riallinearsi e a disporsi normalmente. Il risultato è una completa “polverizzazione” della goccia. Si tratta, in sostanza, del medesimo principio del “vetro di sicurezza”.

GOBELETTO

Termine italianizzato (dal francese “gobelet” e dall’inglese “goblet”) e che sta ad indicare il bicchiere in genere.

GRAFFITO (vedi FENICIO)

GRANZIOLI, GRANZIOLONI

Frammenti di vetro, della dimensione del sale grosso da cucina o anche di un fine ghiaino, che serve per effetti coloristici speciali. Quando i “granziòli” sono più piccoli, sono detti macie (v.). Mentre i “granziolòni” sono di maggiori dimensioni.

GRÈPOLA

Termine dialettale che sta ad indicare il “tartaro delle botti” calcinato e lisciviato che veniva in antico aggiunto alla “partìa” (v.) ossia alla miscela dei componenti del vetro al fine di renderlo più lucente e trasparente. Oggi si usano composti chimici.

IMPIRARESSA ( da impiràr : infilare )

Era la donna che, a tempo perso, infilava le perle in ventagli dai lunghi aghi terminanti con sottili fili. Le collane così realizzate venivano riconsegnante al fabbricante per la successiva vendita.

INCALMO

Difficile e tipica tecnica muranese consistente nella saldatura a caldo di due soffiati aperti, generalmente di colore diverso, lungo i loro due orli di uguale circonferenza, così da ottenere in uno stesso oggetto zone coloristiche differenziate.

INCAMICIATO

Vetro ricoperto di un sottile strato vitreo di diverso colore. Molto usato nel Novecento è, in sostanza, una variante del cd. “vetro doublè”.

INCISIONE

L’incisione a punta di diamante venne introdotta a Murano per la prima volta da Vincenzo d’Angelo su specchi nel 1534 o 1535 e lo stesso Vincenzo ottenne nel 1549 un “privilegio” per l’incisione a punta di diamante su specchi e soffiati. Con la vetraria alla “façon de Venise” venne poi diffusa in tutta Europa, specialmente in Tirolo e nei Paesi Bassi. L’incisione con una ruotina di pietra abrasiva o metallo deriva dalla incisione delle pietre dure e venne applicata con splendidi risultati in Germania e Boemia nel sec. XVII. Alla fine di quel secolo venne introdotta anche a Venezia con l’arrivo di incisori tedeschi.

INCOSSÀ

Termine che sta ad indicare un vetro non completamente limpido.

INFORNARE (INFORNAMENTO-CARICAMENTO)

Significa introdurre la miscela da vetro nei crogioli, nei quali poi avverrà la fusione.

INGHISTÈRA (anche GUASTÀDA o ANGUISTÀRA o ANGHISTERA)

Specie di caraffa a lungo collo e senza manico, adatta a contenere liquidi, con piede conico che spesso “entrava” sul fondo della caraffa, e molto panciuta. Assieme ai moioli o muioli (v.), costituiva un prodotto seriale, di basso valore estetico, lavorato a Murano da vetrai di “seconda categoria”, detti buffadori (v.). Il Boerio, nel suo “dizionario del dialetto veneziano” definiva l’inghistera come “rnisura di vino che si vende al minuto nella provincia di Verona”. E’ un termine che risale al 1120 e che esce dall’incrocio di: l’angusto” (stretto) e da una parola di origine greca, “gastra”.

INVERIÀR

Così si dice del fenomeno di “smaltatura” dei crogioli esposti ai “vapori di vetro” quando sono nel forno acceso.

ÌRIDE (irisé)

Effetto coloristico di “arcobaleno”. Si ottiene fumigando l’oggetto ancora caldo con sali di cloruro stannoso.

LATTIMO

Vetro bianco, simile nell’aspetto alla porcellana. Un lattimo adatto alla soffiatura venne inventato a Murano attorno alla metà del XV secolo, allo scopo di imitare le prime porcellane cinesi allora giunte in Europa, dove non se ne conosceva il segreto di fabbricazione. L’opacizzante allora usato fu “calce di piombo e stagno”, poi sostituito da altri componenti. Detto da Angelo Barovier (XV sec.) “vetro porcellano”.

LAVORAZIONE "A LUME

Trattamento a cui viene sottoposta la canna vitrea piena modellandola e riscaldandola alla fiamma di un beccuccio alimentato a gas al fine di ottenere figurine, piccoli oggetti, perle decorate. A lume viene lavorata anche la canna forata soffiata con appositi strumenti per ottenere perle di effetti coloristici e decorativi di particolare pregio. (v. supialume). Il termine “ A lume “ deriva dall’uso, in antico, di una fiamma di un lume a olio.

LEVÀDA (LEVÀR)

Termine tradizionale muranese per indicare il prelievo del vetro fuso dal crogiolo mediante la canna già con la pèa (v.) o pallina (V.) formata in modo da ottenere uno strato di vetro. L’operazione può essere ripetuta più volte dopo aver “temporizzato”, cioè dopo aver lasciato leggermente raffreddare il vetro sottostante. Nelle operazioni di manutenzione dei forni, “levàr o métter pastélli’' consisteva invece nell’aumentare o ridurre la misura della bocca del forno mediante applicazione a strati successivi di materiale refrattario.

MACIE (maciètte, màcie fine)

Frammenti di vetro, in genere colorati, che, avvolti attorno ad un vetro bianco, conferiscono al medesimo il colore dei frammenti (di qui il termine macia = macchia). Maciette, macie fini = macchie ancora più fini.

MAESTRO

Termine recente che sta ad indicare l’operaio più abile della équipe dei vetrai d’arte e responsabile del buon funzionamento della piazza (v.). A lui di regola, il datore di lavoro delega una serie di poteri esecutivi nella piazza stessa. In antico era detto scagner (v.)

MAGIÒSSO

Specie di mezza sfera concava, con manico, tutta in legno. Utensile che serve ad arrotondare la pea (v.) e renderla di forma precisa. Deriva dal termine francese “mailloche” da cui il verbo “maggiossàr”.

MAISTRÀPA

Oggetto in vetro, di provenienza muranese, che si trova in vari inventari, ma non ben identificabile.

MAISTRO DA CANNA

Così veniva indicato il capo della squadra addetta al tiraggio a caldo della canna in vetro, prima fase per ottenere le perle. Era anche detto “tiracanna”.

MARGARÌTE

Termine veneziano che sta ad indicare la “perla” in vetro. Dal latino “margaritae”, indica la perla ricavata dalla canna forata.

MARGARITÉRI

Così venivano indicati nel Sei-settecento i fabbricanti di perle di vetro. Se lavoravano successivamente le perle più grosse venivano anche detti suppialùme (v.).

MARIEGOLA

(anche “matricola” o “capitolare”) Sorta di “giornale di bordo” o libro fondamentale per i vetrai di Murano sul quale di volta in volta venivano iscritti i nuovi maestri, i padroni di fornace, le “regole” (da qui mariegola = mater regulae) per l’assunzione e i licenziamenti e tutti i fatti inerenti alla vita della corporazione dei vetrai, come pure lo statuto dell’arte.

MARMORIZZÀR

Operazione consistente nel far scorrere rotolando la canna già munita di peà (v.) sul bronzino (v.) per equalizzare gli spessori del vetro e far ben aderire tra loro le eventuali coperte (v.).

MARSÒR, MARSORÉTTO

Termine rinascimentale che indicava probabilmente coppe con piede.

MEZZA STAMPAÙRA

Artificio tecnico consistente nell’applicare sul fondo di un soffiato, attaccato alla canna, un ulteriore strato vitreo a calotta e nell’imprimerlo in uno stampo aperto così da ottenere costolature di discreto spessore. Tale tecnica decorativa venne usata nelle vetrerie muranesi almeno dal XV secolo e, precedentemente, in epoca romana.

MILLEFIÒRI (ROSETTE)

Canne vitree piene e forate, a strati di diverso colore, da cui si possono ricavare cilindretti, recanti in sezione caratteristici motivi decorativi a stelle concentriche. Fabbricate a Murano dalla fine del XV secolo, vennero utilizzate per realizzare perle, oggetti soffiati e massicci. Tipo di decorazione in auge nel XIX secolo a Murano.

MOIÒLI o MUlÒLI

Termine veneto, oggi scomparso, che sta ad indicare bicchieri semplici e comuni eseguiti per lo più dai buffadòri (v.)

MORÌSE 0 MORISÉTTE

Tipica decorazione muranese a forma ondulata, eseguita partendo da un filo di vetro caldo applicato su di una superficie e “pizzicandolo” con le borselle di pissegàr (v.). In sostanza è un cordoncino di vetro deposto e sagomato sull’oggetto in corso di lavoro e dal caratteristico andamento ondulato.

MÒRSO

La porzione di vetro che rimane attaccata alle canne o ai puntelli.

MURRINO (mosaico a caldo)

Vedi “vetro murrino”.

NINFA, NINFETTA

Crogiolo di misura ridotta, adatto a contenere 30/35 Kg. di vetro fuso. La “ninfetta” è un crogiolo ancor più piccolo, in grado di contenere circa 12 Kg. di vetro.

ÒCIO

Occhio, vedi “banco”.

OLDÀNO

Termine arcaico che individuava vetri non soffiati.

ORICÀNNO

Vaso per profumi; termine arcaico che si trova nei documenti e nelle antiche cronache veneziane nei secoli XII e XIII.

ORO GRAFFITO

Sottile foglia d’oro applicata con un collante alle pareti degli oggetti vitrei già raffreddati, indi graffita con uno strumento così da ottenere un motivo decorativo. Questa tecnica venne introdotta a Murano nella seconda metà del XV secolo e ripresa nella seconda metà del XIX secolo. Allora venne recuperata anche una variante più complessa di questa tecnica, già usata in vetri paleocristiani del III-IV secolo d. C., nei quali la foglia di vetro graffita è imprigionata tra due strati di vetro.

OSÉLLA

Medaglia commemorativa, recante lo stemma di Murano, del Podestà e dei quattro deputati che veniva coniata annualmente in pochi esemplari in oro e argento. Offerta al Doge e ad altre personalità ricorda con il suo nome (oselle = uccelli) il tempo in cui venivano offerti dei volatili quale ricognizione del vassallaggio di Murano a Venezia.

PACIÒFI

Arnesi del vetraio simili alle borselle (v.), ma terminanti con due bastoni di legno. Vengono adoperati per “aprire” un vaso e tutte le volte che sì deve evitare che il vetro risulti “strisciato” da arnesi metallici. Paciofèti = più piccoli dei paciofi propriamente dettì, sono usati per “aprire” oggetti delicati (bicchieri, piccoli vasi ecc.).

PADÈLLA o PAÈLLA

Crogioli della capacità di oltre 40 Kg. Già nel 1280 abbiamo notizie di “Tera de Pathelis” ossia materiale refrattario per formare crogioli. I crogioli sono anche detti “vasi fusori”.

PALATO (PAELÀTI = PADELLATI)

Il più grande dei crogioli usati a Murano, del diametro di circa un metro e contenente circa 150 Kg. di vetro in fusione.

PALETTA

Spatola in legno usata dal vetraio durante la lavorazione per modellare l’oggetto.

PALLÌNA Detta anche COLLETTO (v.).

PALLÒR

Sorta di patina traslucida che talvolta appare sui bicchieri e altri oggetti e che si verifica se le proporzioni della miscela vetrificabile non sono esatte. Si dice anche che “el vèro spua” cioè che il vetro “sputa”.

PAPAÒR

Piccolo cilindro in vetro, spesso con bacinella sottostante, e in grado di sostenere una candela nei bracci dei lampadari o dei candelieri.

PARAISÒN (léva paraisòn)

Termine mutuato dal francese e che significa “levar” il vetro e prepararlo per la soffiatura. “Lèva paraisòn!” era l’ordine che il maestro dava ai sottoposti per iniziare la lavorazione delle perle.

PARAR VIA

Definizione che descrive un rapido raffreddamento (o un rapido riscaldamento) di un oggetto in vetro. Si operava nella “tempera” (v.) spostando rapidamente il pezzo già terminato per fare una ulteriore “aggiunta” di vetro o per “temperarlo” rapidamente per varie necessità. Il compito veniva di regola affidato al forcellante (v. “forcella”).

PARTÉGOLA (partegolla) o PERTÉGOLA

In antico stava ad indicare un arnese dal lungo manico che serviva per “spiumare el vero”, cioè togliere le impurità dal crogiolo e che, in fusione, fossero salite in superficie.

PARTìA NEGADA (miscela "annegata")

Termine che indica la presenza nel vetro fuso di grumi di sabbia che si sono verificati, ad esempio, durante l’infornata del vetro o per errori di miscela. La partìa negàda si verifica anche quando la fusione risulta incompleta o imperfetta.

PARTÌA

Termine muranese, derivante dalla parola “partita” (divisa), e che indica la ricetta per le composizioni vetrarie con i quantitativi dei vari componenti, le modalità d’uso e di fusione. Il “libretto de le partìe” (libretto delle ricette) era spesso tramandato di padre in figlio e gelosamente conservato al fine di impedire ai concorrenti di copiare procedimenti e colori.

PASSASÒRZE

Letteralmente “passatopo”. Cilindro in vetro, leggermente più stretto nel centro e a forma di rocchetto. Sorta di “distanziatore” tra il fondino (v.) e il finale (v.) del lampadario classico veneziano.

PASTELLI (levàr, métter pastelli)

Nelle operazioni di manutenzione dei forni, in particolare quelli tradizionali muranesi, “levàr o métter pastelli” consisteva nell’aumentare o ridurre la bocca del forno mediante l’applicazione a strati successivi di materiale refrattario.

PASTÈLO

Materiale refrattario o creta trattati come una lunga salsiccia e con la quale venivano ridotte le misure delle bocche del forno o si “stuccavano” porzioni esterne danneggiate del forno di fusione (v. “pastelli”).

PATERNOSTRI, PATERNOSTRÈRI

Presso i veneziani così si chiamavano i grani del rosario, fabbricati spesso in vetro, in modo simile alle conterie. Gli artigiani che se ne occupavano si chiamavano perciò “paternostréri”.

PÈA

Detta anche pallina (v.). E’ la fase iniziale di un qualsiasi oggetto cavo in vetro. Etimologicamente significa “pera” perchè di quel frutto ha la forma. Attaccata alla canna la pèa viene marmorizzata (v.), magiossata (v.) all’occorrenza.

PERLA

A Murano termine dal doppio significato.
1) s’intende per un cilindretto in vetro forato che, tagliato a piccole sezioni, è l’inizio della preparazione delle “perle in vetro” vere e proprie.
2) indica anche lo spezzone di canna piena che, assieme ad altri pezzi, formano il “tessuto” di un vetro “murrino” o di un vetro “mosaico”.

PETTACÉLLA

Termine gergale che indica un fiore (di solito per un lampadario) eseguito con la tecnica “alla prima” (v.).

PIAZZA

Nella fornace classica muranese sta ad indicare squadra (da quattro a otto uomini) e tutto quanto è necessario per produrre un oggetto. E’ in realtà l’unità produttiva fondamentale e autonoma, in grado di eseguire un “pezzo” dall’inizio alla completa realizzazione. Ne è a capo il “maestro” che ha una sorta di responsabilità (e autorità) delegata da parte della direzione aziendale.

PÌE (piede)

Porzione inferiore di un bicchiere, a forma di tromba e che slancia la coppa propriamente detta.

PIÉRA (pietra) DE POSO

Blocco di norma rettangolare di materiale refrattario o di pietra tenera (piera de poso) sul quale vanno disposte a freddo le “perle” (v.) di vetro da esporre poi successivamente al calore della fornace. Le “perle” o anche le “cannette” si saldano successivamente tra loro e consentono una successiva lavorazione di un oggetto (v. anche “poso”)

PITTURA A SMALTI

Pittura sulle pareti di vasi vitrei, già completati in fornace, con smalti, cioè sostanze coloranti costituite essenzialmente di vetro polverizzato ed impastato con sostanza grassa. Per fondere in un’unica massa la parete del vaso e lo smalto, così da rendere questa indelebile, un tempo si riattaccava l’oggetto al pontello per riportarlo a contatto con il fuoco, ora lo si pone nel forno di ricottura, essendo gli smalti fusibili a più bassa temperatura.
Questa pratica decorativa, attestata a Murano tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XV secolo, conobbe alterne fortune nei secoli seguenti ed è praticata ancor oggi.

PIUMÀTI

Vetri con particolare decorazione, detta anche “a pettine” o “a penne” o anche “graffito” e “fenicio”. Di origine antica, la decorazione fu usata dai Romani e, dal secolo XVI, dai veneziani.

PÒNTE (punte)

Nel gergo muranese vengono così indicati piccoli pezzi di materiale refrattario caduti accidentalmente nel crogiolo e poi presenti nella “péa” (v.). Le pònte vengono tolte all’inizio della lavorazione a caldo da parte del vetraio mediante delle pinzette.

PONTÉLLO

Canne di ferro massiccio, lunghe circa 140 cm. e del diametro tra i 10 e i 30 mm. con le quali si “attacca” un oggetto in fase di lavorazione. Il termine muranese passò ben presto in Francia (pontil) e in Inghilterra (Punty).

PORTÌNA

Piastra in materiale refrattario, della stessa forma e misura della bocca del forno e che serve per ostruirla durante la fusione. Appoggiata semplicemente impedisce al calore del forno di disperdersi.

POSA

Nel gergo vetrario muranese significa “paùsa” tra l’esecuzione di un pezzo e il successivo. La posa è a scelta del maestro, e consiste di solito in pochi minuti di riposo.

PÒSO

Pietra viva, detta anche “galtella” e che le vecchie cronache descrivevano come: “pietre tenere che si càvano dalle Petriere di Verona, e che servono per far centro, ossia il banco, delle fornaci”. La “pietra di Poso” è tuttora usata per certe lavorazioni (v. “piera”).

PÒTE

Da un antico inventario del XV secolo: sorta di bicchiere (dal latino potere = bere).

PULEGÒSO (dal termine gergale "púlega" = bollicina)

Vetro dalla superficie scabra, semi opaco o traslucido, formato da minutissime bollicine ottenute con particolari accorgimenti (bicarbonato di sodio, petrolio). Invenzione moderna, tipica degli anni Venti e attribuita a Napoleone Martinuzzi.

PUNTELLAR

Operazione consistente nell’attaccare a caldo un oggetto col puntello (ad esempio una coppa) una volta che questo è stato aperto e terminato posteriormente. Di solito è un’operazione che si compie a metà della lavorazione.

QUANQUANTRÌCOLA

Curioso oggetto in vetro, sorta di “giocattolo” per i figli dei vetrai. Consisteva in una sorta di imbuto chiuso sul davanti da una sottile membrana in vetro e talmente elastica che soffiando e aspirando la “membrana” si muoveva leggermente dando un caratteristico suono gracchiante. Usata nelle feste e in carnevale oggi la quanquantricola è pressoché scomparsa.

RASURA (RASÒRA, ROSURA)

Vecchio termine indicante un arnese in ferro per la condotta della fornace.

REAURO (REAVOLO,REAULO)

Vecchia terminologia per indicare ferri da forno, ossia arnesi per accudire alla fornace propriamente detta.

REBOLÀR

Operazione che consiste nello “schiumare” sulla superficie del vetro in fusione, impurità o altro.

RECÈLA

Asola in vetro, ricavata a caldo, e alla quale si appendono i fiocchi, pendagli o altri elementi decorativi in vetro.

REDEXÈLLO

Secondo notizie desunte dalla “Mariegola” (statuto dell’arte) dei vetrai di Murano, verso la metà del Cinquecento si lavoravano nelle fornaci dell’isola vetri soffiati sottili a “redexello”, così detti perché ricordavano la rete dei pescatori. Forse l’idea di questa tecnica è proprio nata dall’osservazione di questo strumento di certo familiare a gente di mare come i veneziani. Si tratta di una esecuzione simile alla filigrana (v.) con canne tonde a filo interno bianco opaco “girate” in senso opposto tra loro e quindi “incrociate” durante la lavorazione a caldo mediante una tecnica difficile e ardita. Le forme semplicissime consentono all’amatore di godere completamente e senza barriere formali questo straordinario “tessuto di vetro”.

REFOGOLÀR

Termine tecnico muranese di ampio significato: sta ad indicare l’esposizione al fuoco della fornace di un oggetto già formato. In particolare il procedimento viene usato quando un oggetto è decorato a freddo con smalti aventi un basso punto di fusione (inferiore a quello dell’oggetto da decorare) in modo che tali smalti aderiscano stabilmente sulle superfici vitree di base.

RETÓRTOLI

Termine antico che indicava le canne di zanfirico (v.) o quelle di filigrana (v.).

RIGADIN

Sottili costolature ottenute con la soffiatura in uno stampo aperto di un vetro, il quale può venire sottoposto, ancora caldo, ad una torsione (rigadìn ritorto).

ROCCA o ROCCHETTA

Era l’utensile cui si doveva ricorrere, invece che al pontello (v.) per sostenere un vetro da lavorare allo scanno da maestro, dopo averlo staccato dalla canna con cui era stato soffiato. Era un’asta di ferro, piuttosto lunga, foggiata ad una estremità in modo tale che si potesse “tenere” il vetro e liberarlo poi con facilità una volta terminata la modellazione. In vecchie carte la rocca è indicata come “Instrumentum quo in conflandis vasis urinariis utuntur”.

RÒSCANO (cáli maggiore)

Cenere vegetale che si otteneva da piante acquatiche ricche di sale che sostituiva, in antico, il carbonato di sodio o di potassio oggi usato. Il róscano era anche detto “cali maggiore” o “salsoda soda”.

ROSETTE

Sta per millefiori (v.), ossia minuti frammenti di canna tonda, spesso policromi e con vari disegni (v. anche “perla”). “Rosette” e “Rosechiero” si trovano, come termine, in un inventario della fornace di Marietta Barovier figlia di Angelo (fine XV sec.).

ROSSO RUBINO

Rosso rosato, particolarmente amato dai vetrai muranesi, realizzato usando come colorante una soluzione d’oro. La data ed il luogo d’invenzìone di tale preziosa qualità di vetro sono controversi ma a Murano si conosceva il segreto della sua fabbricazione nella seconda metà del XIV secolo, come sappiamo da un ricettario manoscritto tuttora conservato. In antico (1536 ca.) era anche chiamato “rosenghiero” (rosei clari coloris, cfr. Gianbattista della Porta, napoletano, nella sua “Magia naturale” del 1589).

RUGIADA (rugiadoso)

Speciale effetto decorativo, realizzato nel 1938 da Ercole Barovier e brevettato dalla vetreria Barovier & Toso. Consiste nel fissare a caldo, durante la lavorazione, minuti frammenti di vetro che conferiscono all’oggetto un effetto di brillantezze. Applicata per gli apparecchi d’illuminazione la rugiada consente una sorta di rifrazione della luce artificiale con ottimi effetti decorativi. Termine usato anche come aggettivo, “rugiadoso”.

RULLI

In veneziano “rùi”, dischi piatti, soffiati col sistema detto in origine “della corona”. Usati per le finestre nel periodo tardo medievale e nel Rinascimento, nel XIX secolo vennero fabbricati a Murano in filigrana policroma a scopo decorativo e in colori vivaci. Sono detti anche “ruodi” (1405) o “ruoi” (1417) e “vessighette”.

SAPONE DEI VETRAI

Così chiamato, nell’uso popolare, il biossido di manganese, per le sue proprietà di decolorante.

SBRINDOLÀR

Operazione consistente nel roteare più o meno velocemente la canna con la relativa péa (v.). Per effetto della rotazione e della conseguente forza centrifuga, la péa, ancora molle, si allunga nella misura necessaria voluta dal vetraio.

SBRUFFO

Si tratta di un “soffiata” di vetro molto sottile e di norma colorato che viene usato successivamente in sottili lamelle o scaglie per decorazione a caldo di oggetti vari.

SCAGNÈR

Così, in antico, veniva denominato il vetraio che produceva vetro d’arte, in contrapposizione con il “maistro da canna” (v.) che soprassedeva alla produzione delle perle o conterie.

SCAGNO

E’ la sedia del maestro vetraio. Semplice scanno munito di due prolunghe parallele in legno rivestito di un piatto in ferro su cui l’operatore mediante un rotolamento di va e vieni della canna esegue una sorta di movimento di “tornio orizzontale” che gli consente una lavorazione omogenea del pezzo da eseguire.

SCHIETTO

Così viene indicato in vecchi inventari muranesi un manufatto in vetro trasparente o colorato ma non decorato, nè inciso.

SCORSAÒR

Lunga asta di ferro massiccio leggermente ricurva nella parte terminale e adatta per “scorsàr” cioè ripulire o nettare l’interno dei crogioli.

SERAÙRO (CHIUSO)

Così veniva in antico denominato il locale dove avvenivano la fusione del vetro o le seconde lavorazioni.

SÉRVA

Treppiede in ferro che sostiene un metallo orizzontale piatto su cui si appoggiano le parti posteriori delle canne (v.), spèi (v.) e puntelli (v.), mentre quelle anteriori sono in prossimità della bocca del forno.

SERVENTE

Nella gerarchia della piazza (v.) del vetro artistico è il primo aiutante del maestro e suo diretto collaboratore. Esplica mansioni di elevato contenuto tecnico e artistico ed è in grado, talvolta, di sostituire il maestro stesso.

SERVENTÌN

Nella gerarchia del vetro artistico muranese è il terzo componente della piazza, dopo il maestro e il servente.

SFRENA, SFRENAÙRA

Sta ad indicare un difetto (per esempio, raggrinzimento) del vetro caldo quando viene in contatto con una superficie fredda (ad esempio il bronzino).

SÌAMBOLA in antico ZÉMBOLA

Finitura simile alla sièla (v.) ma di maggior misura. Può essere “cavàda”, cioè ricavata direttamente da una parte di vetro in lavorazione, o “butada” quando viene aggiunta all’oggetto.

SIÈLA SIELÈTA

Sorta di sottile e piccola tonda porzione di vetro, usata come separazione tra un pezzo di vetro e l’altro, simile all’avolio (v.)

SILIÈRA DE LUME

Termine quattro -cinquecentesco che stava ad indicare una cassa aperta, munita di manici laterali, e piena di fondente sodico. Detta anche “siviéra” o “soliéra” (= barella).

SISSO

Sta ad indicare una grossa “goccia” massiccia in vetro fatto raffreddare e che consente di esaminare la qualità della fusione. Tracce di corde, vessighe ecc, indicano al fonditore la opportunità di intervenire nella fusione stessa.

SMARIÀ

Un vetro si dice “smarià” e cioè imperfetto per essere stato in contatto con acqua fredda. Simile al concetto di “sfrenà” (v.)

SOFFIATURA A BOCCA

Costituisce la tecnica vetraria “classica” quando si vuole ottenere un oggetto cavo. La modellazione di un oggetto cavo viene effettuata dal “maestro” coadiuvato dai suoi aiutanti con l’uso della canna da soffio (v.) di “borselle” (v.) e “tagianti” (v.). La soffiatura costituisce una delle invenzioni più rivoluzionarie nella tecnica vetraria e la sua scoperta si fa risalire tra il I secolo a. C. e il 1 secolo d. C., forse in Siria. La soffiatura del vetro inventata nei centri vetrari del vicino Oriente mediterraneo ebbe larghissima applicazione nelle vetrarie romane, islamiche e veneziane. La soffiatura avviene oggi non solo manualmente come per il vetro d’arte ma anche con macchine automatiche.

SOFFIATURA A STAMPO

Tecnica manuale in uso tuttora a Murano e risalente sin dall’età romana. Consiste nella soffiatura di una “péa” (v.) in uno stampo che può essere costituito da due o tre parti incernierate. A Murano, di solito, in legno di ciliegio. Oggi si usa anche la ghisa e altri metalli. Lo stampo può essere anche composto da un unico pezzo troncoconico usualmente di bronzo e ottone. Il primo tipo di stampo conferisce all’oggetto una forma definitiva mentre il secondo tipo imprime un motivo decorativo sulla parte soffiata, che sarà successivamente modellata.

SPÈI

In italiano: spiedi. Sottili canne massicce, di ca. 150 cm. di lunghezza e di diametro variante tra gli 8 e i 12 mm. Assieme ai pontelli (v.) di calibro più grosso e alle canne (v.) sono uno degli arnesi fondamentali del vetraio muranese.

SPIGNAÙRO (SPIANAÙRO, SPEGNAÙRO)

Termine muranese per indicare l’introduzione diretta di un colorante nella massa vitrea in fusione. Anche termine del primo Trecento che indica un ferro per calchéra (v.)

SPIUMAR

Letteralmente “togliere la spuma” ossia togliere mediante un attrezzo adatto la parte superficiale del vetro in fusione (v. “rebolàr”). E’ un’operazione simile a quello che le massaie fanno per togliere dalla superficie di un brodo di carne certe “impurità” che salgono appunto in superficie (v. “crozzola”).

SPUNCIÒN

Semplice sbarra tonda di ferro, di 30 cm. circa e del diametro di 2 cm. circa. Utile per la modellazione iniziale di un vetro. Da cui il verbo “spuncionar”

STAMPÉTO A FRAGOLA

Simile a quello a gemma (v.). Più che di una fragola, l’effetto finale è quello di un frutto di lampone. Serve anch’esso come decorativo.

STAMPÉTO A GEMMA

Piccolo stampo a mezza sfera concava che viene usato come un sigillo su vetro fuso per ottenere piccole mezze sfere decorative, dette appunto “gemme”.

STAMPO

Utensile concavo, in ferro o, in antico, in bronzo, nel quale si soffia la péa (v.) che dilatandosi viene modellata. Vari sono i tipi di stampo usati; ricordiamo quello a coste o rigature verticali, quello a ballottòn (v.) quello a “serci” o a cerchi orizzontali. Si dice stampo “a fermo” quando, per il tipo di costolature interne, non è possibile “girare” la péa nello stampo.

STAZIONIÉRI

Categoria commerciale che si occupava a Murano, tra il 500 e il 700, della vendita dei prodotti vetrari.

STIZADÒR

Operaio, spesso di bassa estrazione, detto anche “furlàn” (friulano), addetto alla condotta del forno e talvolta adibito anche alla tempera. Se lo stizadòr operava di notte veniva chiamato anche “furlàn de note” (friulano di notte). Infatti i “foresti” (i non muranesi) non potendo esercitare per legge l’arte del vetro, si accontentavano di eseguire umili mansioni. Tra essi, per laboriosità, si distinguevano i friulani, da cui appunto la denominazione.

STÙA (stuàr)

Il termine “stùa” (in italiano “stufa”) sta ad indicare quel particolare locale dove, sino alla fine degli anni quaranta, veniva ammassata la legna di faggio, già tagliata in parti lunghe 120 cm. La legna così accatastata veniva poi essiccata in tale locale pronta per essere successivamente immessa nella “castra” (v.) dove ardeva e manteneva il forno da vetro a temperatura costante A Murano il termine “legna stuàda” stava ad indicare che il faggio era essiccato convenientemente ed era pronto per essere usato in fornace. La legna veniva importata dalla Dalmazia e ciò anche in epoche antiche. Il trasporto avveniva via mare con i tipici “trabaccoli” a vela. L’uso della legna è stato oggi sostituito dal gas metano a partire dal secondo dopoguerra (1948).

SUPIÉTO

Strumento di ferro a forma di cono nell’interno del quale è saldata una cannuccia, sempre di ferro. Serve per una soffiatura di fortuna quando l’oggetto non è più attaccato alla canna.

SUPPIALÙME

Indica una categoria di vetrai che mediante una lucerna ad olio su cui soffiavano dell’aria potevano foggiare a caldo grosse perle grazie alla maggiore temperatura ottenuta. L’arte dei “suppialume” esisteva sin dal XVI secolo con “Mariegola” e regolamenti particolari.

SUPPIÓN

Cioè una “soffiata”. Sta ad indicare una sorta di “palla” cava che viene predisposta durante la fusione per verificare la qualità della fusione stessa e per controllare se esistono corde, vessighe (v.) o altre imperfezioni tali da necessitare un adeguato intervento.

SVENTOLAR

Operazione simile a quella di “sbrindolár” (v.) consistente nel far ruotare velocemente un vaso in modo tale che si “apra” la parte superiore. Tipico esempio è la procedura, molto di effetto, per ottenere un “piatto baccellato”.

TAGIÀNTI o TAIANTI

Termine tipico veneziano che significa: forbici per “tagliare” il vetro nelle fasi iniziali di lavorazione. Una variante è il “tagiante tondo” utilizzato per tagli particolari.

TAGlÒL

Utensile del vetraio a forma di coltello a punta quadrata, usato per modellare il vetro durante la lavorazione.

TÉMPERA

Termine muranese improprio per indicare la “ricottura” del vetro o il forno dove avviene tale operazione.

TEMPORIZZAR

Nell’accezione muranese si intende fare una “pausa” tra una levada (v.) e la successiva, o tra una “marmorizzada” (v.) e l’altra al fine da far indurire leggermente il primo strato di vetro. L’operazione di “temporizzar” dura, ovviamente, poche diecine di secondi.

TIPÉTTO

Voce gergale ottocentesca che a Murano indica una coppa o un vaso con piede il cui gambo è composto da un delfino o un cigno stilizzati.

TOCIÀR (tociàda)

Nel gergo vetrario muranese significa “intingere” ossia fare in modo che una “péa” (v.) inizialmente di colore bianco o una porzione massiccia di vetro venga ricoperto da “macie” (v.) o da polveri vitree o con foglie d’oro cosicchè il vetro acquista colorazioni o effetti diversi.

TRAGHETTAR

Corrisponde nel lessico vetrario all’operazione di immettere vetro fuso in acqua allo scopo di “lavarlo”: e, come risulta da antichi testì “ ... questo si fa per cavarli una certa salsedine la quale molto impedisce il cristallo e lo fa oscuro Oggi il termìne indica anche il “passaggio” di una massa fusa di vetro da un crogiolo all’altro.

VERIXÉLLI

Termine medievale per indicare gemme in vetro ad imitazione di quelle vere. I fabbricanti si unirono bene presto alla confraternita dei paternostreri (v.).

VESSÌGHE (VESCICHE)

Termine che sta ad indicare la presenza di filamenti, imperfezioni come delle bolle ecc, all’interno di un oggetto finito.

VETRO "MURRINO" (mosaico a caldo).

Definizione impropria per descrivere una tipica lavorazione muranese risalente già alla vetraria classica Alessandrina. Consiste in una sorta di intarsio o di mosaico “a caldo”, cioè pezzetti di vetro, spesso modellati ad hoc, e fusi in modo che i vari tasselli, fondendosi, si saldino tra loro. Una tipica variante della murrina è il “millefiori” (v.) altrimenti detto “rosette” (v.). Tecnica decorativa di particolare difficoltà, praticata in epoca romana e recuperata a Murano all’inizio dell’ottavo decennio del XIX secolo presso la vetreria Salviati da Vincenzo Moretti. Il vetro-mosaico a millefiori si ottiene giustapponendo sezioni di canne vitree, recanti un motivo decorativo policromo all’interno, per tutta la loro lunghezza, e saldandole insieme al calore del forno. Sembra provenga dal termine latino “murrha” che stava ad indicare una pietra naturale misteriosa che emanava un soave profumo.

VETRO A "CANNE"

E’ una variante, tutta muranese, delle murrine (v.). Invece di minuscoli tasselli in vetro si usano in questo caso delle “canne” sia cilindriche e massicce che piatte. Accostate tra di loro, con combinazioni coloristiche diverse, e successivamente fuse e soffiate onde ottenere un vaso, un’anfora, una coppa, sono di particolare pregìo e per l’effetto finale e per l’insita difficoltà esecutiva.

VETRO A GHIACCIO

Decorazione consistente in un’apparente crepatura della parete dei soffiati, ottenuta immergendoli nel corso della lavorazione, ancora caldi, in acqua.

VETRO CORROSO

Vetro irregolarmente opacizzato in superficie di effetto suggestivo. Si ottiene spruzzando irregolarmente con un collante la superficie del vetro già ricotto e freddo, corrodendola poi con acido fluoridrico.

VETRO CRAQUELÉ

Effetto speciale sul vetro consistente in una apparente “crepatura” della parete vitrea. E’ un procedimento similare al vetro “a ghiaccio” (v.) e molto usato nell’Ottocento in Francia.

VETRO INCAMICIATO

Detto anche” sommerso”, è una tecnica decorativa che permette di ottenere in uno stesso oggetto più strati sovrapposti, talvolta di colore diverso con suggestivi effetti cromatici. Il “sommerso” ebbe grande fortuna negli anni Trenta. Si ottiene immergendo il vetro di colore diverso. Il “vetro incamiciato” ha di norma strati più sottili rispetto al “sommerso”. In Francia tale tecnica, detta “doublè” (v.) o vetro raddoppiato, consentiva, con l’intaglio che raggiungeva il colore sottostante, effetti di notevole valore estetico.

VETRO MARTELLATO

Trattamento sulla superficie del vetro già ricotto e raffreddato mediante piccoli “colpi” di molatura sull’intera superficie. Trattasi di una tecnica usata in particolare dalla vetreria Venini.

VETRO SETIFICATO

Vetro sulla cui superficie e in modo uniforme viene passato un leggero strato di acido fluoridico che conferisce così un effetto “traslucido” all’oggetto.

VETRO VENEZIANO

I suoi componenti sono essenzialmente il biossido di silicio come vetrificante e componente cristallina (costituita da sabbia di cava e in antico da ciottoli quarzosi di fiume frantumati e polverizzati, i cd. “cógoli” (v.) e come fondente (un tempo fornito da cenere di piante litoranee come il cd “ròscano” (v.) e oggi mediante carbonato di sodio (ottenuto con il cd. processo Solvay) o carbonato di potassio. Viene usata anche la calce come “stabilizzante” oltre ad altre varie aggiunte di minerali vari con scopi “coloranti”, “decoloranti” “opacizzanti” e “affinanti” e altre sostanze ancora atte a conferire qualità particolari al vetro. Non è qui luogo per una più completa descrizione dei componenti ma ricordiamo che il vetro veneziano è un vetro “lungo”, cioè permane in condizioni di lavorabilità per un discreto intervallo temporale prima di essere riportato a contatto col fuoco della fornace per un nuovo “rammollimento”. Ciò permette complesse manipolazioni, aggiunte di altro vetro, “tagli a caldo”, tipiche caratteristiche della tradizione vetraria veneziana.

VIANÀRDI

Vetri d’uso ordinario, già citati a Murano nel 1405, ma non meglio identificabili.

VÓLTA

Ha due significati: 1) procedura o sistema esecutivo ottimale per la realizzazione di un oggetto di vetro. 2) parte superiore interna del forno classico muranese.

ZUCCARINI

Termine muranese dei secoli XVI e XVII per indicare vasi usati per versare liquidi lenti.

ZUCHONI

In antico inventario così venivano denominate certe canne di cristallo.